Come capisci che è il momento di staccare? Cosa fai per realizzarlo?

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Quadri 2026

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L’intelligenza verde

L’intelligenza verde: come le piante pensano, comunicano e prendono decisioni.

di Generoso Iervolino

 

Fin dalla più tenera età tutti siamo afflitti da un problema che influenza profondamente il nostro modo di vedere il mondo. La maggior parte di noi, però, non si accorge neppure di averlo. Anche se potremmo pensare di conoscere quanto abbiamo intorno, di notare i dettagli dell’ambiente, è probabile che ce ne andiamo in giro chiusi nella nostra bolla personale attraverso la quale passa soltanto una minuscola parte delle cose che vediamo, udiamo, tocchiamo e annusiamo.
Alla fine del XIX secolo, lo psicologo statunitense William James scrisse a questo riguardo: “Milioni di oggetti sono rilevati dai miei sensi pur non entrando mai davvero a far parte della mia esperienza. Perché? Perché non mi interessano. La mia esperienza è ciò che decido di seguire. Ognuno di noi letteralmente, sceglie, in base al suo modo di vedere le cose, a quale tipo di universo gli sembrerà di appartenere.” 
Per la maggior parte di noi si tratta di un universo personale di tipo animale, pervaso da un rapido viavai, soprattutto del brusio sociale dell’esistenza umana. E’ come se ignorassimo gli organismi fotosintetici che, in realtà, costituiscono buona parte del  nostro ambiente. Quasi tutti, si potrebbe dire, siamo affetti da “cecità alle piante”, ovviamente vediamo le piante ma non le notiamo. Certo, i nostri organi di senso possono essere equipaggiati per notare gli animali invece delle piante, però la diffusa cecità alle piante è specificamente culturale. Molte società umane, in luoghi e tempi diversi, sono arrivati a superare la preferenza dei nostri sistemi sensoriali  per il movimento rapido, i colori e le forme nettamente distinguibili dallo sfondo. Nelle società animistiche dell’Europa precristiana, o in quelle che tuttora esistono in varie parti del mondo, le piante sono considerate come entità provviste di forza e intenzioni. In certe culture come quelle dei Maori o di alcuni gruppi di nativi americani, le piante sono trattate alla stregua di parenti. Nelle culture amazzoniche e parimenti tra gli Inuit e i popoli indigeni dell’area subartica canadese, i vegetali, come gli animali sono “persone” anch’esse dotate di anima. Le piante. possono di conseguenza avere interazioni sociali.
Anthony Trewavas, professore di scienze biologiche dell’università di Edimburgo e membro della Royal Society, sostiene che le piante pur non avendo un cervello e neuroni sono organismi intelligenti perché capaci di percepire stimoli ambientali, elaborare informazioni complesse, prendere decisioni, modificare il loro comportamento in base alle condizioni esterne, apprendere dall’esperienza.
Oltre ad Anthony Trewavas altri ricercatori, tra cui l’italiano Stefano Mancuso, parlano apertamente d’intelligenza verde, ma, c’è chi preferisce termini più cauti come “comportamento adattativo complesso” per sottolineare che si tratta di percezioni prive di coscienza ma comunque funzionali alla sopravvivenza.
Più di quattrocento milioni di anni fa, le piante per eludere problemi relativi alle variazioni climatiche e la predazione si sono evolute sviluppando soluzioni cosi lontane da quelle animali da essere per noi l’esempio stesso della diversità. Molte delle soluzioni sviluppate dalle piante sono l’esatto opposto di quelle ideate dal mondo animale. Gli animali si spostano, le piante sono ferme; gli animali consumano, le piante producono; gli animali generano CO2, le piante fissano CO2. Qualunque funzione che negli animali è affidata a organi specializzati, nelle piante, in genere, è diffusa sull’intero corpo. Pur senza alcun organo assimilabile a un cervello centrale, le piante riescono a percepire l’ambiente circostante, incarnano un modello molto più resistente di quello animale, la loro costruzione modulare è la quinta essenza della modernità, un’architettura cooperativa e distribuita senza centri di comando, capace di resistere a ripetuti eventi catastrofici senza perdere funzionalità ed in grado di adattarsi a cambiamenti ambientali.
Quando parliamo d’intelligenza, pensiamo subito a un cervello, le piante ne sono prive eppure manifestano comportamenti complessi.
L’evoluzione delle piante è una storia affascinante che ha trasformato radicalmente la Terra rendendola abitabile per molti altri organismi.  Le piante terrestri derivano dalle alghe verdi, in particolare dalle “carofite” che vivevano in ambiente di acqua dolce. Circa 470 milioni di anni fa le prime piante iniziarono a colonizzare la terra ferma. Per sopravvivere fuori dall’acqua svilupparono adattamenti come la “cuticola cerosa” per ridurre la perdita di acqua; “stami” per regolare gli scambi gassosi; “flavonoidi” per proteggersi dai raggi UV; “meristemi” per una crescita direzionale. Con il tempo le piante terrestri si diversificarono in vari gruppi:

– Briofite (piante non vascolari}: muschi, epatiche, antocerote

– Pteridofite (piante vascolari senza semi): felci, equiseti, licopodi, psilotofite

– Gimnosperme (piante con seme nudo): conifere, cicadee, ginkgo, gnetofite

– Angiosperme: piante con fiori e frutti, 

Attualmente le angiospeme costituiscono il gruppo dominante. Le piante hanno avuto un ruolo cruciale nell’evoluzione della vita sulla terra perché producono ossigeno, forniscono cibo e habitat a numerosi organismi e contribuiscono alla formazione del suolo e del ciclo dell’acqua. Le piante hanno dovuto affrontare drastici cambiamenti climatici cui, non potendo muoversi, si sono adattate. Viene spontaneo chiedersi se le piante hanno un sistema sensoriale e una memoria che permette loro di esplorare con efficienza l’ambiente e di reagire con prontezza a eventi potenzialmente dannosi. Stefano Mancuso sostiene che la memoria è qualcosa di differente dall’intelligenza in se’, senza di essa non è possibile apprendere e l’apprendimento è uno dei requisiti dell’intelligenza stessa, in generale, gli organismi sono in grado di apprendere dall’esperienza. Le piante non si sottraggono a questa regola aurea e rispondono in maniera sempre più appropriata quando problemi noti si ripetono nel corso della loro esistenza, ciò non potrebbe avvenire senza la capacità di conservare da qualche parte le informazioni rilevanti per il superamento di specifici ostacoli, ossia senza memoria. Tutte le piante sono in grado di imparare e possiedono, quindi, dei meccanismi di memorizzazione. Se si sottopone una pianta ad uno stress quale la siccità, essa risponderàmettendo in atto modificazioni della propria anatomia e del proprio metabolismo necessarie a garantirsi la sopravvivenza. Se dopo un certo periodo di tempo viene proposto alla stessa pianta il medesimo stimolo, essa risponderà meglio allo stress. La pianta ha conservato da qualche parte traccia delle soluzioni utilizzate e quando ce n’è stato di nuovo bisogno, le ha richiamate velocemente. Per Trewavas la visione antropocentrica dell’intelligenza deve essere superata, l’intelligenza può manifestarsi in molte forme diverse; quella delle piante è una forma decentralizzata, distribuita, ed estremamente efficace .  Lamark (1744-1829) si interessò alla vita delle piante, soprattutto ai fenomeni legati ai movimenti rapidi, mostrò uno spiccato interesse riguardo all’esatto funzionamento del meccanismo di chiusura delle fogliedella “mimosa pudica” quando vengono sottoposte a qualche stimolo esterno. Il comportamento di mimosa pudica è connotato da una strana caratteristica, cioè di fingersi morta ripiegando all’improvviso le foglioline e curvandosi quando viene toccata o quando cala la notte, un comportamento che ha catturato l’attenzione di molti studiosi sin dall’antichità. Il comportamento di mimosa pudica può essere considerato un riflesso istintivo in relazione al disturbo meccanico, probabilmente una tattica di difesa naturale per ridurre gli effetti della predazione. Ogni forma di comportamento può essere definita, in senso ampio, comerisposta contesto-dipendente ai diversi segnali ambientali. Le piante sono in grado di ricordare le esperienze passate, in particolare quelle traumatiche, apprendendo come rispondere in futuro, in maniera più adeguata, al ripresentarsi di difficoltà simili.L’apprendimento  è indice di intelligenza, che può essere definita nel senso più tecnico e ampio possibile come la capacità di risolvere nuovi problemi, variando e modulando le risposte in base al contesto.
Monica Gagliano, un’ecologista nota per le sue ricerche sull’intelligenza delle piante e professore associato presso la Sauthern Cross University di Lismore in Australia, nel 2011 in collaborazione con Stefano Mancuso nel dipartimento di “ Scienze del suolo e della pianta” dell’Università degli studi di Firenze, allestì un esperimento per studiare il comportamento di mimosa pudica. L’esperimento consisteva nel fare eseguire una caduta controllata alle piantine di mimosa pudica, ciascuna pianta in vaso sarebbe stata fatta scivolare rapidamente lungo un’asta da un’altezza di 15 cm, non così velocemente da danneggiare la pianta ma abbastanza da “spaventare” mimosa pudica e innescare la chiusura rapida delle foglie. Ciascuna pianta sarebbe stata fatta cadere dall’altezza prestabilita ogni cinque secondi per un totale di sessanta cadute per sessione, e poi ancora e ancora in sessioni ripetute. Lo scopo, dietro la costruzione di questo sistema di caduta controllata, era chiaro: creare le condizioni che permettessero alle piante di eseguire un compito semplice e preciso (ripiegare le foglie) e quantificabile come una caratteristica tipica di un sistema dotato di vera memoria e capacità di apprendimento. Mimosa poteva davvero imparare da nuove esperienze e adattare il suo comportamento in modo flessibile? Nello specifico la pianta avrebbe potuto smettere di reagire a un disturbo che all’inizio si presentava come una minaccia ma che poi si rilevava rapidamente innocuo? Queste domande basilari si rifacevano a un fenomeno noto come “adattamento” che è considerato la forma più semplice di apprendimento. Il comportamento istintuale è un meccanismo evolutivo di sopravvivenza sviluppato dai membri di una certa specie attraverso innumerevoli generazioni di selezione naturale.Il riflesso di chiusura delle foglie di mimosa era un esempio perfetto di comportamento istintuale. Il comportamento difensivo di mimosa ha comunque un prezzo. Il riflesso di ripiegamento delle foglie “favorisce la sopravvivenza” solo quando la minaccia è reale. Quando mimosa chiude le foglie, infatti, la sua capacità di procacciarsi la luce si dimezza, il rischio di morire diventa concreto. 
Le piante sottoposte a sessioni di “caduta controllata” dopo una serie di sessioni iniziarono a non chiudere più le foglioline. Mimosa aveva smesso di chiudere le foglie, ma davvero aveva imparato a ignorare la caduta o era semplicemente esausta e incapace di chiuderle? 
C’era un modo per scoprirlo e richiedeva che mimosa superasse un’altra prova, in cui uno stimolo nuovissimo avrebbe innescato la chiusura delle foglie se la pianta non fosse stata affaticata. Dopo una serie di sessioni di caduta controllata e la piantina avevasmesso di chiudere le foglioline, venne posta su un piatto vibrante e fatta vibrare. Come risposta alla vibrazione tutte le foglie si chiusero completamente, dimostrando che mimosa non era per nulla affaticata. Se mimosa si era veramente adattata alla caduta verticale, imparando dalle esperienze passate che quello era un evento innocuo, avrebbe dovuto avere la capacità continuare ad ignorarlo una volta sottoposta nuovamente a quello stimolo. Cosìin una successiva sessione di caduta controllata le foglie di mimosa rimasero aperte. Un ultimo test riguardò per quanto tempo potesse ricordare l’esperienza vissuta. Test successivi dimostrarono che la pianta potesse ricordare esperienze passate per oltre quaranta giorni. Mimosa aveva quindi la facoltà di ricordare e il suo comportamento non era inscritto nel DNA ma appreso.
Come funzioni un simile meccanismo di apprendimento in esseri privi di cervello quali le piante è ancora un mistero. Se come definizione di “cognizione” adottiamo quella che fa riferimento alla capacità di percepire i segnali provenienti dall’ambiente circostante, elaborarli e mettere in atto risposte e strategie necessarie alla sopravvivenza, allora viene lecito pensare che le piante abbiano una forma di cognizione. In altre parole, le piante sono intelligenti nella scelta delle soluzioni da adottare per far fronte alle difficoltà legate alla loro esistenza. Nasce spontanea un’altra domanda: come fanno le piante a conoscere l’ambiente in cui vivono? 
Sono dotate di sensi come gli animali?
Prima di cercare di dare una risposta a queste domande consideriamo come sono fatte le piante. Esistono diversi tipi di piante ma quelle che ci sono più familiari sono le piante vascolari, cioè quelle dotate di un vero e proprio sistema di conduzione interno formato da due tipi principali di tessuto: Xilema (trasporta acqua e sali minerali dalle radici alle altre parti della pianta), Floema (trasporta zuccheri e altre sostane organiche prodotte dalla fotosintesi verso tutte le cellule).  Nel 1790 Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), brillante botanico, scriveva: “Le branche laterali che si originano dai nodi di una pianta possono essere considerate come giovani piante singole che si attaccano al corpo della loro madre.” Erasmus Darwin (1731-1802) riprendendo il pensiero di Goethe affermava nel 1800 : “ Ciascuna gemma di un albero è una pianta individuale, un albero è, dunque, una famiglia di piante singole”. Nonostante siano ancorate al suolo, le piante sono in grado di manipolare il proprio ambiente attraverso modifiche che prevedono il rilascio di sostanze in grado di alterare la chimica del suolo; possono inoltre integrare segnali interni ed esterni e in generale adattare il proprio fenotipo al variare delle circostanze. Le piante modificano il corso del proprio sviluppo e variano i ritmi di crescita per superare difficoltà e affrontare problemi di vario genere memorizzando le esperienze passate.
Le piante sono estremamente consapevoli del mondo intorno a loro e sono consapevoli  del loro passato si ricordano le precedenti infezioni e le intemperie alle quali sono state sottoposte e quindi modificano la loro fisiologia in base a tali ricordi.  La percezione è l’insieme dei processi grazie ai quali, a partire da stimolazioni sensoriali, otteniamo informazioni sull’ambiente che ci circonda e programmiamo le nostre azioni di conseguenza. Lacapacità di conoscenza del proprio ambiente è tratto comune ad ogni essere vivente, animale o vegetale che sia. Nelle piante i meccanismi percettivi sono particolarmente sviluppati perché, essendo ancorate al suolo tramite le radici, non dispongono di altri  mezzi per adattarsi ad un ambiente che si modifica in continuazione.  Le piante dispongono di un apparato sensoriale per percepire stimoli fisici, quali i fotoni della luce; chimici quali le molecole solubili e volatili per il gusto e l’olfatto; meccanici  quali le onde sonore e il tocco per l’udito e il tatto. I processi percettivi hanno inizio con la codifica dello stimolo.  Nelle piante i meccanismi percettivi sono particolarmente sviluppati perché essendo ancorati al suolo tramite le radici non dispongono di altri mezzi per adattarsi ad un ambiente che si modifica in continuazione. Attraverso l’apparato radicale e la ramificazione la pianta puòpercepire sia l’ambiente sotterraneo che quello aereo. Le piante monitorano continuamente il loro ambiente e, come sappiamo,sono plasmate dalla luce. Attraverso i fotorecettori, molecole fotosensibili simili a a quelle dell’occhio umano, la pianta percepisce l’intensità, la composizione e le componenti spettrali della luce. Le piante possono “vedere” porzioni dello spettro che noi non vediamo. I fotorecettori che percepiscono la luce rossa, tra 600 e 750 nm di lunghezza d’onda, sono chiamati fitocromi, quelli che percepiscono la regione dello spettro corrispondente alle luci blu (B)/ultravioletto-A (UV-A), tra 320 e 500 nm, sono chiamati criptocromi e fototropine. I Raggi UV-A rappresentano circa il 95% della radiazione ultravioletta che arriva sulla superficie terrestre. Per la pianta  è importante percepire la luce rossa e equella blu perché esse esercitano l’impatto più forte sulla crescita della pianta stessa. La luce verde è quella meno efficace, e infatti le piante non l’assorbono: questo è il motivo per cui il fogliame delle piante appare verde. Infine, le piante possiedono anche un recettore per i raggi UV-B (282-320 nm), che costituiscono il 5% della radiazione ultravioletta che raggiunge la Terra.L’identificazione di questi fotorecettori e’ stata possibile grazie agli studi di genetica molecolare applicati a Arobidopsis thaliana(L.) (arabetta comune)  utilizzata come pianta modello per lo studio del genoma. Questa pianta possiede almeno undici fotorecettori che regolano germinazione, movimento verso la luce, fioritura e informano la pianta sulla quantità di luce disponibile.
I fotorecettori che percepiscono la luce rossa regolano la germinazione, l’allungamento del fusto  la fioritura. I fotorecettori che percepiscono la luce blu regolano l’apertura e chiusura degli stomi, l’orientamento delle foglie, il fototropismo (curvatura verso la luce) e la crescita compatta (inibiscono l’allungamento eccessivo). I fotorecettori per la luce UV-B attivano meccanismi di difesa e produzione di pigmenti protettivi (antociani e flavonoidi).
Che le piante siano in grado di distinguere forme e in che modo èancora oggetto di studio. 
La  Boquilla trifoliata (L.) è una liana che cresce nelle foreste temperate del Cile e dell’Argentina ed ha incredibili capacitàmimetiche, su ogni arbusto o albero sul quale cresce, imita le foglie della specie “ospite”. Non solo la Boquilla è in grado di imitare le foglie di tante specie su cui si arrampica, fa molto altro, crescendo in prossimità di due o addirittura tre differenti specie, una singola pianta e’ in grado di modificare le proprie foglie cosìda confondersi ogni volta con quella più vicina. Nel 2016 Stefano  Mancuso e F.Baluska hanno avanzato l’ipotesi che la pianta sia dotata di una sorta di capacità di visione.
Già nel 1905 G. Haberlandt (1854-1945) ipotizzò che le piante fossero in grado di percepire immagini  grazie a cellule dell’epidermide delle foglie chiamate “ocelli”.
Le piante hanno anche capacità uditiva. Un’ipotesi avanzata da diversi ricercatori è che le piante possono recepire stimoli acustici attraverso piccoli organi definiti “ canali meccano-sensibili” collocati un po’ ovunque nelle piante  [Haswell et al., 2008; Menshausen et Gilroy 2009; Gagliano et al., 2012]. Le piante in linea di principio, sono equipaggiate per percepire il suono, la percezione dei suoni avverrebbe attraverso milioni di cellule che fungono da “micro orecchie sopra e sottoterra [Mancuso e Viola, 2013]. A conferma di ciò è stato dimostrato che il suono influenza la crescita delle piante. Inoltre la somministrazione d’onde sonore mediante diffusori acustici posti all’interno di serre e all’aperto in campi coltivati ha la capacità di modulare il livello dei fitormoni, composti organici sintetizzati dalle piante che ne influenzano i processi di crescita . Da uno studio condotto su Arabidopsis Thaliana (L.), Arabetta comune, è emerso che l’esposizione dei vegetali alle vibrazioni, prodotte dalla masticazione d’insetti erbivori delle foglie della pianta, produce un aumento di sostanze di difesa nella pianta, in grado, tra l’altro, di distinguere tra questo tipo di vibrazioni e le altre percepibili nell’ambiente. 
Le piante possiedono non solo capacità uditive ma anche capacitàtattile. Le piante rampicanti sono in grado di percepire la presenza di una funicella che, una volta toccata, viene valutata dalla pianta al fine di decidere se sia adatta a sostenerla [Chamovitz 2012].Nella pianta, la capacità di discriminazione tattile sarebbe talmente sviluppata da far loro riconoscere se uno stimolo meccanico, quale il tocco di un insetto, ad esempio abbia un effetto positivo o negativo sulla loro esistenza. La pianta modifica drasticamente la sua reazione a seconda del tipo di insetto con il quale viene in contatto, se l’insetto e’ un erbivoro la pianta attiva la produzione di sostanze dal sapore sgradevole o tossiche per l’insetto e memorizzerà quel tipo di tocco. La sensibilità al tatto nelle piante può essere superiore a quella degli animali. La Drosera (pianta carnivora), è in grado di rilevare oggetti dal peso di un solo milligrammo, facendo scattare le sue trappole nel momento in cui un insetto si posa sulle sue foglie.
Un passo importante nella comprensione della percezione delle piante è stata la scoperta che il gas etilico ha la proprietà di far maturare qualsiasi frutto. Da allora fu evidente che tutti i frutti durante la maturazione emettono etilene, un ormone vegetale che può essere percepito olfattivamente. L’etilene funziona di fatto come un ormone gassoso, che può essere trasmesso da una parte all’altra della stessa pianta oppure tra piante diverse. Le piante quando sono sotto attacco da parte di insetti o batteri rilasciano una varietà di sostanze chimiche volatili per avvertire le piante vicine. Una di queste sostanze è lo jasmato di metile, un gas che quando si diffonde all’interno della pianta attraverso gli stomi viene convertito in acido jasmonico che, recepito attraverso specifici recettori, innesca la risposta di difesa. 
Non meno rilevante tra tutti i comportamenti complessi che potrebbero avere un fondamento cognitivo è la comunicazione ininterrotta che le piante intrattengono con le loro vicine, anche appartenenti ad altre specie, servendosi di numerosi canali. Le piante parlano la lingua silenziosa degli odori. Lo fanno attraverso le foglie, i getti, le radici, e naturalmente i fiori e i frutti, gli alberi spargono odori nell’aria perfino mediante la corteccia. Praticamente tutti i vegetali hanno imparato a padroneggiare l’arte del linguaggio chimico, sintetizzando e rilasciando sostanze volatili diverse attraverso il loro corpo e per vari scopi. I composti organici volatili (o VOC) offrono notizie preziose in forma di miscele complesse di torpenoidi (principalmente isoprene) ma anche benzenoidi e altre molecole. La comunicazione delle piante si basa su un vasto lessico che include cocktail costituiti da oltre 1700 sostanze volatili diverse. La conoscenza dell’ambiente e la capacità di comunicazione dellepiante si estende anche nel sottosuolo. L’apparato radicale è, senza tema di smentita, la porzione piùrilevante della pianta. E’ una rete fisica i cui apici formano un fronte in continuo  avanzamento, un fronte composto da innumerevoli e e minuscoli centri di comando, ciascuno dei quali integra le informazioni raccolte durante lo sviluppo della radice e ne decide la direzione di crescita, è l’intero apparato radicale a guidare la pianta, come una sorte di cervello collettivo o, meglio, di intelligenza distribuita su una superficie che può essere enorme. Osservando il comportamento di un apparato radicale impegnato nell’esplorazione del suolo, ci si accorge che pur in assenza di un sistema nervoso centrale il suo modello di crescita non e’ per nulla caotico. Le radici hanno una sorprendente capacità di percepire gradienti molto flessibili di ossigeno, acqua, temperatura e, in generale, di sostanze nutritive, e di seguire tale gradiente  fino alla sorgente con grande precisione. 
Le radici secernono diversi tipi di composti organici che modificano la chimica del suolo e incidono sullo sviluppo delle piante circostanti, essendo la loro sopravvivenza direttamente legata alla capacità di vincere la competizione con le vicine. Nel 1937 il botanico ceco – austriaco Hans Molisch aveva coniato il termine “allelopatia” per indicare l’antagonismo radicale per cui vengono rilasciate nel terreno  sostanze che si comportano da fitotossine inibenti la crescita delle confinanti. Recentemente sono stati studiati casi di “allelobiosi” ovvero di produzione ed emissione da parte delle radici di composti benefici per le  riceventi, capaci di favorire lo sviluppo delle piante adiacenti. 
Per le piante la comunicazione con le vicine della stessa specie o di specie diverse e con molti altri organismi della comunità di appartenenza è di fondamentale importanza. La possibilità di comunicazione è alla base di qualsiasi forma di intelligenza e puòessere definita in senso lato come il processo che permette, secondo numerose modalità, la trasmissione di informazioni contestualmente selezionate da un’entità a un’altra. I messaggi scambiati tra gli organismi vengono immediatamente interpretati ed elaborati secondo specie – specifici. La comunicazione tra  piante della stessa specie o di specie diverse avviene grazie al collegamento delle radici a fitte ed estese reti fungine ipogee. Recentemente è stato dimostrato che sostanze organiche di sintesi vegetale insieme ad altri minerali possono essere trasportati da una pianta all’altra anche per lunghe distanze. Somministrandoinfatti anidride carbonica radiativa alle piante dominanti della rete è stato possibile rintracciare zuccheri marcati nelle piante vicine connesse alle stesse ife. La grande rete micorrizica conosciuta come “Wood Wide Web”, oltre ad assorbire e trasferire acqua e nutrienti alla pianta ospite svolge anche l’importante ruolo di distribuzione delle risorse all’interno delle comunità vegetali. Grazie alla presenza di questo complesso sistema di radici ed ife, è possibile spiegare come giovani piantine, ricevendo le sostanze di cui necessitano dalle piante adulte, possono crescere nel sottobosco, dove la luce scarseggia e senza cadere vittime della competizione per le risorse. La Wood Wide Web consentendo il trasferimento di sostanze necessarie alla sopravvivenza delle piante, che in cambio cedono zuccheri al fungo, è un ottimo esempio di struttura per la  trasmissione e la ricezione di segnali. In conclusione le piante non si muovono, non parlano, non hanno un cervello eppure nella loro lentezza e nel loro silenzio orchestrano strategie di sopravvivenza raffinate. Alla domanda: le piante hanno una intelligenza? La risposta è si. Ciò comporta che dovremmo cambiare la nostra impostazione mentale riguardo alle piante, che non devono essere viste come mere risorse per sequestrare CO2 o per salvaguardare la produzione di cibo, ma vanno intese come attori che insieme a noi affrontano la crisi climatica. Possiamo approfondire quanto vogliamo la biologia delle piante, ma se continuiamo a considerarle soltanto come lo sfondo verde su cui agiscono gli animali, ovvero quasi su un piano abiotico, non risolveremo mai i problemi che abbiamo di fronte.

 

 

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È tempo di funghi

I funghi che raccolgo sono: L’amanita caesarea, boletus aerei a, boletus aestivalis, boletus edulis, boletus pinicola, cantharellus cibarius. Sono funghi che si trovano nei boschi di latifoglie, nei boschi a conifere è in quelli misti.

Amanita caesarea (ovulo buono)

Da giovane è racchiusa come in un uovo; dal velo, che si lacera in lembi, esce inseguito il cappello di un lucido giallo-arancio o rosso -arancio. Raramente rimangono singoli brandelli del velo sul cappello.

Amanita carsarea

Il cappello, che può raggiungere i 16/18 cm di diametro, è molto carnoso ed inizialmente emisferico, ma può anche appianarsi, ha una colorazione brillante che va dal rosso vivace al giallo oro. È liscio, striato al margine da scalanature corte. Le lamelle, inizialmente giallo pallido, assumono in seguito un colore giallo intenso, sono grosse, molto fitte, sono arrotondate verso il gambo. Il gambo porta un vistoso anello ricadente, ha lo stesso colore delle lamelle, è piuttosto grosso,nella parte terminale non è grosso cioè non si allarga, è avvolto da una volva bianca a lembi lacerati, sporgenti, distanziati dal gambo. La carne è gialla e odora di uova marce quando inizia l’alterazione.
Amanita caesarea può essere confusa con Amanita muscaria (velenoso) anche questa specie ha cappello aranciato ma ricoperto da verruche o punti bianchi che possono andar via con la pioggia, presenta però lamelle, anello e gambo bianchi. La parte terminale del gambo è ingrossata. Amanita aureola (velenoso) ha il cappello meno aranciato e il gambo, l’anello e le lamelle bianche.
L’amanita caesarea cresce sia in estate che in autunno preferisce zone calde e asciutte, cresce nei boschi soleggiati di querce, faggi è di castagni, ma anche pini e abeti

Boletus aereus

Il porcino nero o boletus aereus si riconosce per il colore bruno scuro del cappello è per la presenza di un reticolo brunastro sul gambo. La sua taglia è massiccia.
Il cappello carnoso ed emisferico può presentare anche una forma irregolare, ha un colore che varia dal bruno scuro al bruno chiaro, la sua superficie è quasi vellutata. L’imenio è formato da tuboli molto fitti, arrotondati al gambo è sono di colore biancastro.
Il gambo è massiccio è panciuto, decorato da un reticolo minuto brunastro sul fondo chiaro della superficie.
La carne è compatta, bianca immutabile. Può essere confuso con il boletus edulis anch’esso un ottimo porcino. Questa specie predilige climi caldi e cresce nei boschi di latifoglie. La sua stagione va da maggio a novembre.

Boletus aereus

Boletus aestivalis

Porcino che può essere confuso facilmente con il boletus edulis.
Il cappello ha forma rotondeggiante e può presentare delle screpolature, la carne è cedevole è un po’ spugnosa.
L’imenio ha tuboli bianchi poi bianco-verdastri. I pori sono bianchi poi bianco-grigi ed infine giallo verdastri.
Il gambo è bruno chiaro con forma panciuta.
La carne è bianca, immutabile.

Boletus pinicola

Il boletus pinicola può essere scambiato facilmente con altre sottospecie di boletus edulis, tutte egualmente commestibili.
Il cappello è inizialmente emisferico poi si allarga e si presenta carnoso, il suo colore va dal rosso-bruno al bruno-porpora.
L’imenio è formato da tubuli bianchi nel fungo giovane per poi diventare gialli. Il gambo può avere una forma quasi sferica o essere allungato e rigonfio. Presenta una reticolatura rossa.
La carne è bianca, compatta e non cedevole, sotto la cuticola del cappello è rosa.
L’habitat tipico è costituito da pini, ma è presente anche in boschi di latifoglie, è presente dalla primavera all’autunno inoltrato.

Boletus pinicola

Boletus edulis

È il tipico rappresentante del gruppo dei boleti.
Il cappello può presentare un colore inizialmente biancastro che poi diventa più scuro quasi Bruno, ha una forma regolare, ma grinzoso.
L’imenio inizialmente bianco diventa poi giallo ed in fine verdastro.
Il gambo è tozzo, rigonfiato, di colore che va dal bianco al bruno e decorato da una reticolatura nella parte alta.
La carne è bianca, compatta sia nel cappello che nel gambo.
La stagione di crescita inizia a primavera e si protrae per tutto l’autunno. L’habitat tipico è il bosco di faggio, abete rosso e querce.

boletus edulis

Cantharellus cibarius

I caratteri che immediatamentye fanno riconoscere il Cantharellus cibarius sono il colore giallo in ogni sua parte, la forma particolare e l’imenio formato da nervature fortemente decorrenti sul gambo.
Il cappello è carnoso, inizialmente convesso, poi depresso concavo, a margine molto irregolare, il colore è giallo oro o giallo aranciato, anche quasi bianco.
L’imenio è formato da nervature basse, piuttosto grosse, molto decorrenti, attenuate sul gambo, pluralmente biforcate.
Il gambo è pieno, liscio, dello stesso colore del cappello, il colore è attenuato verso il basso.
La carne è biancastra, compatta, gialla verso l’esterno, fibrosa.
Questo fungo cresce in ogni habitat, dalle zone pianeggianti fino all’alta montagna, sia sotto latifoglie che aghifoglie. La sua stagione di crescita è molto lunga, dalla primavere all’autunno inoltrato.

cantharellus cibarius
cantharellus cibarius

Mi sono limitato alla descrizione di questi funghi perché sono quelli che raccoglievo quando andavo in montagna con mia moglie e i miei figli. Adesso mi capita di rado che vado in montagna ma quando avviene, se è tempo di funghi cerco di portarne qualcuno a casa.

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